Redrum
racconti April 14, 2023 by Nicola Pasa
Si tolse il cappello per asciugare il sudore che gli colava sul volto e sugli occhi facendoli bruciare sotto il sole maligno, un pallido disco sospeso che non rincuora ma abbruttisce le ore. Si cammina su per l’erta china in mancanza di comodi pianori dove rintanarsi a bere birra e attendere la morte piano piano. Mi piace camminare piuttosto che stare lì ad attendere qualcosa. Non fuggo da niente, mi arrangio, questo voglio dire. Mi interrogo sul mio destino e trovo più decente affrontarlo a passo.
Camminava da ore sotto il sole su uno stretto sentiero che seguiva la cresta accidentata dei monti, sotto di lui sprofondavano valli cupe, chiuse e buie, da cui evaporava un fetore di morte. Una nebbiolina azzurra serpeggiava sul fondo come un morto torrente. Spettro di un fiume, vago ricordo di ciò che scavò queste fosse malsane. Più avanti la valle si allargava di poco, una conca verdeggiante chiusa da alte pareti, c’era spazio per qualche casupola, montanari sperduti, gente timorosa di tutto, guardinghi e pericolosi se spaventati.
Il sentiero si biforcò, proseguiva sulla cresta dei monti fiancheggiando la valle chiusa, a sinistra sprofondava ripido nel bosco sottostante. Un sentiero poco battuto, ingombro di piante e rovi, non ci camminava mai nessuno. Gli abitanti di questa valle percorrevano altri sentieri nascosti.
Entrare nel bosco come in un sepolcro, un buio fetido, intrico di nulla e marciume, si deteriora tutto dopo un po’. Tutto è decomposizione attorno, la natura rivela la sua natura di morte al lavoro. Non c’è vita se non in putridi insetti striscianti, esalazioni mefitiche che opprimono i sensi e la mente. Mi sento prigioniero di un mondo insensato che macina corpi e vite senza scopo.
Un gruppo di case tutte attaccate come addossate una sull’altra in modo confuso apparve quando l’uomo uscì dal bosco intricato. Erano abbarbicate a un piccolo colle adagiato sul fondo della conca.
Case come corpi abbandonati al sole dopo una rossa battaglia. Cadaveri agonizzanti sotto un sole infelice.
Ai piedi del colle, fermo accanto a una sorgente, c’era un uomo di età indefinibile. L’espressione idiota. Gli idioti non hanno età. Da sempre ho pensato che l’idiozia sia un modo per sfuggire al tempo, la stessa espressione connota il volto e lo rende indifferente al cambio delle stagioni, attorno tutto invecchia, il corpo rinsecchisce, inaridisce, i capelli imbiancano o cadono ma il volto è quello, l’impronta dell’idiozia è un marchio indelebile.
Salve. Mi avvicino cauto, l’idiota mi scruta serioso e vigile, radi capelli sul cucuzzolo di una testa ovale, occhi piccoli e ravvicinati, labbra leporine. Ha una struttura che ricorda una pianta avvizzita, una corteccia sfibrata, rovinosa, si riconoscono in lui i segni inesorabili del ristagno, dell’assenza di luce, della poca acqua, della trascuratezza, di radici corrotte.
Non emette suono, né dà l’idea di averne la minima capacità, è come una pianta che lentamente marcisce e non dà segni che nei colori del suo decadimento. Mito stupore di idiota. La bocca si dischiude appena, lascia colare fuori un rivoletto denso di saliva.
Sono di passaggio.
La frase gli uscì inaspettata come se avesse voluto rassicurare l’idiota. Sono solo un fenomeno temporaneo, una manifestazione inaspettata della natura che si dileguerà presto come un nervoso temporale estivo, un’aberrazione nel suo mondo aberrante.
L’idiota lo fissò senza mutare espressione, occhi privi di un barlume di vita, occhi spenti nutriti di abbandono. Non provo imbarazzo per questo sguardo ottuso che pare sfidarmi. E’ come se dietro il suo muro di calce eretto dalla sua infermità vi fosse un astuto folletto che passa le sue giornate a deridere gli altri. La fiera del risentimento. Proseguo oltre. Lascito alle spalle. Trovarsi oltre la soglia dell’insensato per percepire il suono del tempo, i suoi rintocchi immobili. Il mio tempo è una pendola eternamente ferma sull’ora presente. Non mi volto. Improvvisamente temo il suo sguardo.
Le case erano un unico agglomerato informe. Un ammasso cellulare su cui rampicanti e muschi attecchivano soffocanti. La stradina le aggirava come una corona. Di tanto in tanto si aprivano sui muri sbreccati finestre storte dalle imposte logore e porte socchiuse che sembravano celare tombe.
Su una soglia di queste tombe c’era una bambina. L’uomo si avvicinò cauto. La bambina aveva un volto da vecchia. Una faccia ricoperta di rughe, scabra come sabbia, rinsecchita, come risucchiata dentro se stessa. Una vecchia ammuffita in un corpo di bambina. Strano gioco della natura. Gli occhi della bambina lo scrutavano curiosi. In mano aveva una bambola identica a lei. La stringeva forte, la strizzava con le due mani come se avesse voluto soffocarla. Ma non c’era rabbia in quel volto precocemente avvizzito. C’era solo un muto risentimento, come un oceano di odio che fermentava sotto la sua pelle.
Buongiorno.
La bambina con la faccia da vecchia si ritrasse. Venne inghiottita dal buio. La porta di legno si aprì del tutto su un buio viscoso, in cui le mani affondavano come nel fango. Un odore di muffa e altri odori segreti erano come trattenuti sulla soglia, aleggiavano un poco fuori respinti dalla luce arida del sole.
La stanza era buia ma si distingueva nell’oscurità una danza di corpi. La bambina con la faccia da vecchia si era relegata in un angolo, nascosta dietro pentolame, i suoi occhi sembravano fiammeggiare nel buio. La luce del giorno entrava a fatica come respinta dal buio. Al centro della stanza dal basso soffitto c’era un letto. Umidità soffocante e ristagno. Ristagnano i sentimenti ancor prima delle secrezioni animali. Dalle fetide umide lenzuola affioravano due teste, due volti asessuati, deformati da qualcosa che sembrava lussuria e da un’idiozia tangibile come l’umidità schifosa che avvolgeva tutto. Dal fondo del letto sbucavano due piedi tozzi privi delle dita, piedi inservibili. Non si cammina mai se non hai una direzione. Sotto le lenzuola era come se brulicasse qualcosa, un verminaio, un ammasso corporeo osceno e ributtante che ribolliva. Una delle due teste bofonchiò qualcosa di indecifrabile. L’altra taceva abbandonata in incubi e visioni angosciose. Lì accanto, seduta su una seggiola, una donna dalla testa oblunga, gli occhi piccoli infossati in due orbite profonde e buie, e un lungo naso che si curvava fino a toccare il mento aguzzo, scriveva dei segni su una tavoletta di terracotta con un gessetto. Accanto, impilate ordinatamente, stavano centinaia di tavolette traboccanti di segni oscuri. La donna ogni tanto tendeva l’orecchio agli assurdi gemiti della testa, sorrideva in modo osceno mostrando una dentatura corrotta e poi trascriveva. Linguaggio dell’assurdo. Vorrei chiedere ma mi ritraggo. Eppure desidero conoscere davvero. Usi e costumi da me lontani. Ciò che non capisco mi attrae e mi allontana. È un movimento a cui non so sottrarmi. Eppure temo lo sguardo da ebete che potrebbero ricevere le mie domande inopportune.
L’uomo sentì avvolgersi attorno un senso di infelicità. Come una trappola a cui è dolce sottrarsi in tempo un attimo prima che ti afferri. Sentire lo scatto ma sfuggire alla cattura. Il desiderio di morire ma fermarsi sulla soglia a contemplare quel che è e quel che non è.
L’essere immondo si contorse sotto le luride lenzuola. I suoi gemiti senza significato. I segni del suo linguaggio traducevano pensieri sconnessi da ogni logica. Angoscia di penetrare il mistero che essi racchiudono. Mi sentirei meglio se fuggissi alla luce di un sole meno fosco. L’impenetrabilità di queste pareti soffoca e induce ad abbandonarsi ad una vita larvale. Come stanno meglio le larve nel calore della carne. Pronta a schiudersi la larva si sottrae malvolentieri alla putrefazione che l’avvolge materna. La vita futura è disseminata di opportunità senza gioia. La gioia dell’incoscienza.
Fece un cenno col capo alle creature della casa e poi uscì zuppo di sudore. Un senso di inquietudine percorse le sue fibre. Come insozzato da un malsano balsamo. Ferite senza coagulo. Gronda il sangue dalle aperte vesciche. Irrora le mie ossa cave.
L’uomo si allontanò ancora curvo come se quel soffitto basso e opprimente fosse esteso attorno. Percorse un viottolo che lo portò a poche decine di metri dalle case.
Poco distante c’era un albero dai rami contorti e dalle nere radici che si protendevano come braccia brancolanti nel buio fuori dal terreno, tentacoli nella notte. Un albero isolato che si stagliava in mezzo a un pianoro erboso. Dai rami pendevano impiccate innumerevoli bambole dalle fattezze deformi. L’uomo si avvicinò e osservò le bambole. Ogni bambola aveva un volto diverso benché tutti segnati da una deformità evidente. Alcune erano prive di occhi o avevano sproporzioni evidenti nella forma del naso o della bocca, lineamenti distorti. Dalle case due figure si avvicinavano. Un gigante macrocefalo in compagnia di un omuncolo. Non sembravano avvertiti della sua presenza. Lo ignorarono come se fosse stato parte di un misterioso disegno di cui non volevano comprendere i contorni. Il gigante issò il nano sulle sue spalle e si avvicinò senza alcuna fatica a un ramo sguarnito. Il nano prelevò da un sacco che gli pendeva lungo il fianco una bambola. Con un legaccio la impiccò senza tradire alcuna espressione o emozione. Dopo averla impiccata la spinse per osservarne il dondolio. Poi si allontanarano recitando una giaculatoria in una lingua ignota seguita da una risata forzata. L’impiccagione è un rito interessante. Si offre la morte e la sua esecuzione al pubblico e il prodotto. Non si impicca per uccidere ma per mostrare. L’impiccagione non è tesa a punire il malvagio ma è tesa ad ammaestrare la folla. Non si dà impiccagione senza folla muta d’orrore e di ammirazione. Ma le bambole si dondolavano al vento senza nessuno che assistesse alla loro agonia senza suono. Il simbolo di tutto ciò è arcano. Più triste di quanto la nuda realtà delle cose ci informi. Se io sono qui è il segno che qualcosa è andato storto. Tutto ciò che ci allontana ci avvicina alla perdita del senso. Basta osservare le cose con abbandono e tutto appare privo di necessità. Comprendere è un atto di responsabilità verso ciò che ci opprime. Dovrei smettere di essere prigioniero del senso e lasciarmi morire distante nell’inconsapevolezza come un oggetto che non sente dolore e non ne ha nemmeno necessità.
L’uomo fissò le bambole sgomento. Dalla sua bocca dischiusa uscirono suoni che non trovarono eco. Si voltò verso le case e vide qualcosa di piccolo e informe agitarsi in una cavità lungo le mura dell’agglomerato. Si avvicinò senza pudore. Un bambino di insano aspetto rachitico stava rannicchiato come un ragno in un buco nel muro. Masticava dell’erba, mostrava denti verdi e marci, e occhi bianchi senza pupille, calvo e raggrinzito come un riccio privo dei suoi aculei si sporgeva appena dal buco.
La casa che ci si sceglie è un luogo dove stare in pace a soffrire. Una donna orribilmente grassa con una testa piccola come una prugna essiccata gli portò dell’erba fresca e stette lì in piedi ad osservarlo mangiare con espressione assorta, la bocca schiusa come a osservare un fenomeno ributtante eppure irresistibile. Ogni tanto la donna tormentava con uno legnetto aguzzo il bambino ragno e poi studiava divertita le sue reazioni.
L’uomo fu tentato di fermare l’aguzzina nutrice ma qualcosa lo indusse a desistere. Osservava la disgustosa grassona con un misto di ribrezzo e di adorazione. Lo scopo di questa donna è il nutrire e tormentare questo aborto. Disprezzo e accudimento. Natura matrigna. Dalle sue narici pendevano steli di fiori appassiti. Sui capelli petali sbiaditi e secchi. Dalle sue orecchie infiorescenze vivaci. Da lei promanavano odori e profumi che davano nausea. La donna era nuda sotto un vestito di tela grezza, dalle spaccature emergeva una carne molliccia e bianca cosparsa di vene azzurrine. Il volto incassato e rinsecchito non aveva colore né espressione, dalla sua piccola bocca viziosa usciva una sommessa risatina interiore spia di una demenza così profonda da incutere un certo rispetto.
Distaccata dall’agglomerato delle case c’era un parallelepipedo roccioso. L’ingresso era un’apertura come una bocca dagli orli sfrangiati. Una stanza comune, una specie di taverna. Dentro c’erano tavolacci e panche. Seduto a un tavolo intento a mangiare carne abbrustolita c’era un omone che in piedi sembrava potesse toccare il basso soffitto. Ma aveva le gambe cortissime che poggiavano su due piedi massicci e saldi e un tronco enorme, sormontato da una testa gigantesca e irsuta.
In piedi l’uno di fronte all’altra c’erano un uomo e una donna, i volti deformati come se la loro pelle fosse stata tirata verso l’alto da una forza misteriosa. Sembravano fratello e sorella, si fissavano con un’intensità disturbante. Sorridevano estatici. Di tanto in tanto sollevavano le spalle a turno e sogghignavano, l’altro rispondeva curvandosi e sbattendo palpebre trasparenti come sottilissime membrane.
L’uomo si sedette a un basso tavolaccio lontano dagli altri. Una donna piccola e storta con la testa che pendeva pesante sproporzionata in dimensioni rispetto al corpo piccolo e ossuto gli si avvicinò guardinga. Si fermò di fronte al suo tavolo e lo fissò senza alcun pudore. Lo scrutò a lungo nel volto e poi si soffermò sul corpo senza tradire alcuna intenzione. I suoi occhi sporgenti avevano vita propria del tutto separata dalla testa che appariva molle e priva di reazioni. La piccola bocca rotonda sembrava sigillata in un muto vivere.
Potrebbe portarmi da bere.
La donna si allontanò lentamente. La sua testa ciondolava sulla spalla come priva di vita. Gli occhi roteavano cercando di tenerlo a fuoco. La coppia in piedi era ora allacciata, le facce si comprimevano ansimanti. Unioni incestuose e solitudine bestiale. Il germinare di insane passioni che piegano il linguaggio e il corpo. Tutto è malsano qui come se la malattia fosse l’impuro. Non c’è speranza che non affoghi nell’incapacità di vedere oltre la soglia della morte. Le nostre vite sono cieche. Ancorate al nulla di una lingua che fatichiamo a usare e che quando maneggiamo con cura dobbiamo abbandonare grati. La lingua è il rivestimento del nostro infinito precipitare sul fondo di un mistero. Lasciarmi vivere da qualche parte o fuggire la vita camminando è la stessa soluzione. Non c’è movimento nel movimento e non c’è quiete nella quiete. Posso solo distrarre il mio pensiero dal buio più profondo. Posso solo sorreggermi a un bastone che mi si conficca nelle costole e mi fa stare in piedi e insieme mi addolora. Senza il fine dei passi resto fermo mentre cammino, ma se invento un fine al mio cammino non vado da nessuna parte perché ogni luogo è lo stesso luogo. Fuori da me c’è tutto ciò che non trovo dentro di me. Se io accolgo il tutto fuori di me non avrò più nulla dentro di me. L’amara consapevolezza che io non troverò mai pace né conforto né autentica disperazione.
L’uomo uscì dalla stanza comune. Il sole era fermo da ore nella stessa posizione. I colori non mutano mai. L’oppressione è costante e il calore chiude i suoi pori. Le case ammonticchiate come i corpi. Nudi corpi che ora si sono radunati lì fuori. Una muta folla di abomini lo fissava mentre si detergeva la fronte sudata appena fuori la soglia della casa comune. Tutto il villaggio era accorso. Oscenamente nudi lo fissavano con infinita tristezza. La bambina dal volto di vecchia si avvicinò, nella mano destra aveva una bambola con le sue fattezze. L’uomo raccolse la bambola che la bambina con la faccia da vecchia gli offriva. I suoi lineamenti erano stravolti come in uno specchio andato in frantumi. Si contempla ammirato. Una visione distorta di me. Tutto ciò che posso desiderare. Perdere coscienza di ciò che sono per ritrovare la gioia di essere un puro corpo senza significato. Dietro la folla l’albero oscillava nell’aria immota come cosa viva. Oscenamente viva. E bramasse un contatto. Le radici si sollevavano e vibravano. Si sentirono suoni nell’aria che non avevano alcuna armonia. L’uomo si avvicinò e la folla si aprì lasciandolo passare. L’albero si agitò sempre di più come timoroso o ansioso di toccare l’uomo. Dal ramo più alto pendeva mollemente un cappio.
Forse ho finalmente compreso. Lasciarmi ad un destino che non comprendo. Mettere fine al desiderio insano di comprendere. Perdere ogni contatto con il linguaggio e il suo falso cordoglio. Rendere ciò che ho sottratto un tempo felice di cercarmi. Ebbro di me fino alla follia dell’illusione suprema. Succube di una cecità assurda che ammantava tutto di bianco, bianco candore di neve.
Il giorno era prossimo al tramonto, sull’albero c’era posto per un’altra bambola accanto allo straniero.